
Patagonia 2010



Nel bellissimo libro “Patagonia” di Gino Buscaini e Silvia Metzeltin così si dice di quello che a quasi tutti capita in Patagonia, ed in special modo a chi in quella strana terra vuole salire la vetta più ambita e più esposta a quel clima pazzo: il Cerro Torre. “ La realtà dell’alpinismo patagonico è speciale e spesso un po’assurda, è una realtà elastica, che si contrae e appiana fino ad apparire modesta con ogni successo, mentre s’ingigantisce e contorce come una piovra, assumendo dimensioni cosmiche, con ogni insuccesso, con ogni cima tentata invano (…) L’alpinismo, che è un gioco, in Patagonia si trasforma in un gioco d’azzardo”.
Dunque vittime un’altra volta del clima che da quelle parti diventa il problema principale, una prima settimana all’insegna dell’ottimismo (anche perché è umano e logico pensare che dopo tanto brutto possa con più probabilità arrivare il bello) portando più materiale possibile in alto nonostante il vento molto forte e la pioggia che si trasformava in neve solo sotto le pareti, come non m’era mai capitato prima abbiamo avuto giornate intere di bufera anche in paese con raffiche potenti che rendevano pericoloso persino muoversi fra le case dato che volavano lamiere ed altri oggetti dai tetti in costruzione, a nostro pro una casa di amici come sistemazione a El Chalten, calda ed accogliente, dove tornavamo ogni sera dato che un attacco alla parete sarebbe stato più impossibile che inopportuno. Il mio piano d’attacco consisteva nel portare il materiale dal paese direttamente al Niponino percorrendo il sentiero fino al campo De Agostini e tutto il ghiacciaio fin sotto il Torre, per un totale di almeno 12 ore di cammino da paese a paese, per poi trasferirci direttamente in alto quando il tempo sarebbe stato favorevole ad un attacco vero. Così avremmo evitato la vita triste ed opprimente che si subisce durante le lunghe permanenze in tenda con il brutto tempo, a favore dei confort che offre la vita di paese, tanta carne, birra a fiumi ed un giaciglio caldo ed asciutto che indubbiamente preparano sia fisicamente che psicologicamente ai sacrifici della parete.
In definitiva nella seconda settimana abbiamo recuperato l’attrezzatura lasciata sul ghiacciaio, in queste due settimane abbiamo avuto un solo giorno bello.
“Fracaso” completo come dicono gli spagnoli. Il Cerro è ancora lì e credo proprio che tornerò… altra vez.
